Autopsia tra mille possibilità, quando l'abisso guarda in te e dice "boh"

di Andrea Pachetti

Esistono mille percorsi per esorcizzare il demonietto interiore che ti spinge verso la porzione di Città dove è vietato avvicinarsi al baratro. Quando l'abisso guarda in te e dice "boh", è forse arrivato il momento di preoccuparsi sul serio. Anche se ti senti insolitamente forte, anche se hai imparato ad amare la bomba.

Il vuoto è capace di assumere molteplici forme: può diventare anche un semplice soffitto, quando non riesci a dormire. Sia quello che guardi realmente, quando accendi di corsa la luce per scongiurare l'attacco di panico, sia l'aspetto metaforico che riesci a osservare solo al buio. Non lo vedi ma sai che c'è, sai che ti opprime e un giorno ti schiaccerà. Il soffitto è sempre troppo basso, le persone che ci camminano sempre troppo fastidiose. Nella notte si avvicina sino a soffocarti, con la dolcezza di un'amante lasciva.

Cosa fare dunque quando questi momenti arrivano? Qual è il vetro giusto da rompere "in caso di emergenza"? Difficile dirlo: la razionalità suggerirebbe il farsi cullare dagli amici medici e dai loro meravigliosi prodotti di sintesi, mentre il cuore si avvicina piuttosto ai labirinti della riflessione.

Un pensiero sensato potrebbe essere quello che si riferisce all'osservazione del contrasto tra la vita e la non-vita, intendendo nel primo caso la normale attività quotidiana in cui si compiono azioni e scelte, nel secondo il ritiro da tali questioni in favore di un'esistenza contemplativa, dedicata esclusivamente all'analisi.

Lo squilibro troppo radicale tra attività e osservazione genera problemi: scegliere, amare, avvicinarsi a, comprendere, spiegarsi, mostrarsi, sono tutti atti che generano conseguenze, spesso profonde e radicali. Agli inizi del ventesimo secolo Zermelo formulò l'importante assioma della teoria degli insiemi noto come assioma della scelta; ma il concetto esteso di selezione, fondamentale in ogni forma di letteratura interattiva (a bivi, appunto), rappresentato nell'informatica tramite il costrutto if... then... e la sua estensione case, come si può applicare alla vita reale?

Per risolvere la questione è possibile rispolverare l'ormai vecchio videogioco Pathways di Terry Cavanagh: evitando di rivelare troppi elementi della trama se qualche lettore non l'avesse ancora terminato, mi limito a considerare il fatto che questo gioco risulta un ossimoro ludico, poiché è costruito sul paradosso di un agente passivo, nel senso che il protagonista effettua di volta in volta scelte finendo per subirle.

Accanto a bivi che arrivano a essere metafore di generi ludici standard (fantasy e guerra), Cavanagh in maniera molto sofisticata propone un'analisi simbolica del rapporto di coppia, tra amore, noia, quotidianità, tradimento e responsabilità; si potrà facilmente notare come un certo grado di sconfitta (parziale o totale) sia sempre presente.

Il gioco quindi è come se fornisse un'autopsia in senso proprio, cioè guardasse in sé notando i propri limiti, arrivando a dimostrare l'impossibilità di narrare la vita, se non per stilemi standard. L'emozione che nasce nel giocatore dunque non è tanto quella fornita dall'attività o dalla contemplazione, quanto dal senso di incompiutezza e dei limiti di ogni sistema comunicativo, formale o intuitivo.

In poche parole, viene mostrata una sorta di tristezza cosmica digitale, sublime o sublimata.

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