Nero - Welcome Reality (2011)

di Andrea Pachetti

In questa nuova incarnazione del blog non mi era ancora capitato di parlare di musica: sono felice di farlo adesso, "recensendo" quello che ritengo risulterà il miglior disco del 2011. Mi sento in dovere di affermare questo giudizio soprattutto a causa di una delle qualità che risultano più evidenti, cioè la sua eterogeneità: pur rimanendo entro i canoni del dubstep, Welcome Reality contiene tali e tante influenze provenienti dai generi più disparati (dall'idm al pop anni'80, dalla dance '90 fino al metal) da poterlo ritenere una summa di almeno 30 anni di storia della musica. Suona troppo ambizioso? Forse, vedremo.

Lo premetto, nei prossimi paragrafi mi addentrerò non solo in una disamina delle caratteristiche tecniche di ogni singolo pezzo, ma anche in un percorso abbastanza "emotivo" all'interno di queste sonorità: in caso di allergia alle narrazioni intimistiche, si prega dunque di andare oltre. In questo senso, il post che segue deve essere considerato una tantum rispetto allo stile medio che caratterizza gli altri testi qui presenti.

Tendo a essere abbastanza morboso nei confronti della musica: col passare del tempo sono diventato sempre più selettivo, dall'ascoltare decine di dischi all'anno (tra novità a recuperi) fino a pochi esemplari, che mi colpivano per una certa caratteristica e diventavano ossessioni private, per settimane e settimane. In particolare, certi dischi sono diventati la cornice di periodi particolari della mia vita, assumendo anche un doppio significato legato sia al piacere dei pezzi in quanto tali, sia ai ricordi che ne derivavano.

Mi era capitato l'ultima volta con l'esordio dei Crystal Castles e mi accade di nuovo adesso, qualche anno dopo. Il dubstep, questa scheggia impazzita d'elettronica made in UK, genere popolarissimo in patria e abbastanza sconosciuto altrove: derivazioni dance e d'n'b a bpm bassi, ipnotici. Tra le innumerevoli uscite interessanti in questo ambito (soprattutto le produzioni di Magnetic Man e Katy B) i Nero mi colpirono subito perché, invece di attingere a sonorità soul o house come molti altri "colleghi", ricordavano piuttosto atmosfere rarefatte e oscure, maggiormente debitrici della new wave.

Avevo scoperto quello che sarebbe diventato il primo singolo dell'album (Innocence) assolutamente per caso, in un forum di anime e manga[1]. Il secondo singolo (Me & You) fu una visione notturna, in pieno dormiveglia, con la tv rimasta a volume basso. Il giorno seguente mi accanii alla ricerca di questo video sconosciuto tentando keyword improbabili (per esempio "video electro coin op sega") e la scoperta che erano gli stessi Nero di qualche mese prima mi fece comprendere che il full-length, probabilmente, sarebbe stato qualcosa di davvero speciale.



È poi arrivata Guilt e, giusto qualche giorno prima del disco vero e proprio, l'EP di Promises. Se sono sopravvissuto a ferragosto e all'estate nel suo complesso lo devo proprio agli ascolti di Welcome Reality, uscito nel giorno vacanziero e caldo per eccellenza. Le ore passate con gli occhi chiusi, in compagnia delle cuffie del lettore mp3 sono state davvero terapeutiche. Le ore poi sono diventate giorni, in un loop continuo.

Temevo che il disco nel suo complesso risultasse solo un semplice contenitore per i quattro singoli precedenti, ma fortunatamente questo dubbio si è rivelato infondato. Già nell'iconografia della copertina i Nero rivelano le proprie intenzioni: Welcome Reality potrebbe essere la colonna sonora ideale di un Blade Runner in versione 2011, scritta da un Vangelis deviato dalle anfetamine e pronto per la più assordante delle feste rave.

L'influenza delle tastiere di Vangelis è evidente soprattutto nell'intro 2808, mentre già Doomsday apre le danze di un'apocalisse mascolina dalla ritmica serrata. Tutto si sfalda nella successiva My Eyes, femminile come la più dolce delle canzoni futurepop, che contiene (in questa già citata armonia/contrasto di stili) sia un assolo di chitarra elettrica che una tradizionale progressione dance.

Guilt nasconde un cuore house, ma con una verve oscura e inquietante: le lyrics sono ipnotiche come una spirale vertiginosa, mentre il lead sample caratterizza tutta la melodia del brano con bassi e vibrati. Fugue State è un'interessante variazione praticamente strumentale che riprende la precedente tendenza apocalittica e che, paradossalmente, ricorda le sonorità di certi pezzi d'atmosfera à la :Wumpscut:. Un intermezzo che conduce a due dei singoli principali fusi in uno, che (a mio parere) rappresentano lo Yin e lo Yang del disco intero.

Me & You è un pezzo potente e gioioso, in cui al lead digitale potrebbe essere sostituito tranquillamente una chitarra elettrica, rendendolo parte dell'heavy metal più sincero: si respira comunque un'aria tra gli '80 di Gary Numan e i '90 delle migliori sale giochi e dei beat'em up. Una canzone piena di speranza, di un amore che nasce e dell'esplosione che cresce nel cuore fino alla consapevolezza piena e alla dichiarazione, entusiasta e urlata: «Are you ready? Do you know? I feel it too! Are you ready? I've got to show I feel this for you!»

Il tappeto di tastiere conduce al perfetto contrappasso di Innocence e ai suoi quattro accordi intimisti e minimali, forse proprio pieni di quelle lacrime che si disperdono nella pioggia. La tastiera si spezza negli echi di una fredda progressione Ibiza-like, che poi cede il passo nella parte finale agli arpeggiatori anni '80. Il sample della melodia si muove in ottavi e sedicesimi nella più classica delle cadenze dubstep, mentre la voce (ormai quasi meccanica) fa notare: «You'll never be mine, you'll never be mine». L'amore che inizia e che finisce, l'Alfa e l'Omega del Tutto?



In the Way e Scorpions si rivelano forse episodi interlocutori e d'atmosfera apparentemente meno incisivi, con la funzione di cuscinetto per la successiva triade di pezzi, sebbene In the Way conservi una sua identità d'n'b dominata da bassi profondi e Scorpions leghi in maniera originale lunghi echi di chitarra a cadenze house.

Crush on You si evidenzia come la cosa più folle presente nell'intero disco: catchy come una canzone a metà strada tra la Kylie Minogue più ammiccante e la Madonna degli esordi. Molto interessante quando la strofa viene letteralmente decostruita dagli interventi elettronici e il momento finale in cui devia verso una marziale ritmica in quattro quarti. 

Must be the feeling invece è il pezzo che Sophie Ellis Bextor non riuscirà mai a cantare e che i Cassius non potranno mai produrre, un pop ultra sofisticato da dance floor, fine e ricercato nei suoni ma così potente nelle ritmiche da rendere impossibile lo stare fermi e non ballare. Reaching Out consente di fare un nuovo passo indietro fino agli anni '80 e ai suoni tipici di gruppi come Hall & Oates, con bellissimi fraseggi in sede di strofa supportati da tastiere cadenzate in sottofondo.

Promises, ancora un caso a parte, il perfetto dulcis in fundo. Torna la voce femminile, stavolta in una furiosa cavalcata dance coi suoni a poco a poco sempre più aperti e che conducono verso uno straniante stop e un magnifico midtempo d'n'b nel ritornello: «Oh, they are so wasted on myself».

Departure è la conclusione sinfonica che rimanda al tema iniziale à la Vangelis, come un cerchio perfetto. Esiste anche la versione deluxe del disco che contiene sei ulteriori canzoni (alcune delle quali rielaborazioni di pezzi precedenti, come l'incredibile Choices), edizione che meriterebbe una trattazione a parte: vale la pena citare almeno la lunghissima suite Symphony 2808 che, andando a inglobare armonicamente sia il tema melodico di Innocence che quello di Guilt, diviene la sintesi perfetta del lavoro epico e monumentale dei Nero.

__________
[1] Il video di Innocence è tratto dal terzo OVA della (bellissima) serie Cyber City Oedo 808.

Nessun commento:

Posta un commento