Alcuni motivi per cui Jack Vance dovrebbe essere eletto Re del Mondo...

di Andrea Pachetti

(fonte)
Il romanzo di Jack Vance To live forever è stato scritto nel 1956 e presentato direttamente in paperback, a differenza di altre sue opere dello stesso periodo, apparse dapprima a episodi su rivista. Uscito in Italia come Gli amaranto per la CELT negli anni '60 e ristampato dalla Nord negli '80[1], questo testo rappresenta a mio parere un punto di svolta nella carriera di Vance, separando le opere prettamente giovanili da quelle che seguiranno e che rappresentano la piena maturità artistica dell'autore: il ciclo dei Principi Demoni, quelli di Tschai, Durdane, Alastor.

Lo premetto, parlare dei propri autori preferiti risulta essere sempre controproducente. L'interesse principale di questo scritto non è convincere l'eventuale interlocutore della bontà del lavoro di Vance dato che, come avrò modo di spiegare, questo incredibile entusiasmo non ha nessuna motivazione razionale di fondo. Ho già sottolineato in altre sedi che, almeno per quanto mi riguarda, la critica letteraria di matrice razionalistica risulta avere assai poco senso.

Con semplicità, mi sento di poter dire solo questo: la prosa di Vance ti attanaglia in una morsa irresistibile; meglio, ti conquista con odori e sapori, suoni e armonie di colore uniche; meglio ancora, ti stringe, ti accarezza lasciva e ti schiaffeggia fino al termine dell'ultima pagina. Vedi il libro sul comodino e dici "okay, un altro capitoletto" e ti accorgi che sono le cinque e mezza del mattino, perché ormai la luce filtra dalle imposte. Quando hai finito per davvero vorresti travestirti da Oliver Twist e andare con le manine a conchetta dal maestro Vance solo per dirgli: "I want some more", sperando che prima o poi arrivi qualche altro magnifico libro in dono.

In tutta onestà le critiche che trovo in rete non mi soddisfano affatto o quantomeno le giudico limitanti, in particolare mi riferisco a coloro che pongono l'accento sulla capacità di Vance di "creare paesaggi". In questo senso specifico, ritengo ci siano autori maggiormente dotati nel campo della descrizione pura. Jack Vance invece possiede una capacità ben più rara, cioè quella di essere egli stesso la quintessenza del demiurgo narrativo: non si limita a creare con quattro pennellate un paesaggio magnifico, ma con altre due tratteggia personaggi dall'alto carisma, carichi di un'aura di splendore unico. Città, piante, animaletti, edifici, giocattoli, bibite, razzi: è come se tutto respirasse di vita propria e ti dicesse "dai, perché non vieni anche tu tra noi?" Vance è cioè capace non solo di disegnare un ottimo quadro iperrealistico, ma di assestarti un sonoro calcione nel sedere fino a farti precipitare all'interno della cornice, con un senso di piacevole vertigine: sì, proprio la stessa vertigine che Caillois[2] avrebbe gradito moltissimo.

A differenza di molti suoi contemporanei, è in grado di bilanciare se stesso tra il barocchismo linguistico (quando serve) e una scansione lessicale molto scorrevole e veloce, sia nell'alternanza tra parti dialogate e descrittive, sia nella lunghezza dei capitoli stessi. Personalmente, tendo ad abbandonare per noia o nausea il 90% dei romanzi che leggo dopo le prime venti pagine e ho trovato in Vance uno dei più cari e fedeli alleati in questo senso.

Sempre a proposito del valore delle parole, mi piace sottolineare quanto le costruzioni linguistiche di questo autore siano di grande effetto e validità, nonché eufoniche e cariche di un piacevole gusto estetico: senza andare a scomodare I linguaggi di Pao, che è basato sull'ipotesi di Sapir-Whorf, mi limito a osservare ne Gli Amaranto la bellezza evocativa di parole come Glark (Glodola, nella traduzione) e nella scelta delle cinque tribù: Brood, Wedge, Third, Verge e Amaranth (rispettivamente, Famiglia, Cuneo, Terzo, Orlo e Amaranto in italiano).

Continuando con l'osservazione e senza svelare troppi particolari della trama, chi non vorrebbe avventurarsi nell'astratta perfezione della città di Clarges e magari porsi il dilemma morale se dedicarsi alla scalata sociale ("ascesa") alle caste, oppure godersi una vita più modesta e libera da semplice glark? Chi non vorrebbe per un attimo concedersi il delirio e il libertinismo emozionale rappresentato dalla piccola cittadina di Carnevalle[3], "perfetta" valvola di sfogo per un mondo "perfetto"?

Osservare gli occhi dell'eterna Jacynth Martin degustando Stimmo multicolori è tutto ciò che una persona potrebbe chiedere alla buona narrativa, capace contemporaneamente di cullare il lettore nell'intrattenimento e poi porre di nascosto dilemmi sulla vita e la morte, che ti si appiccicano addosso graffiando le interiora per mesi. Vance è un amico: non insegna, non dà "lezioni" o fornisce "messaggi", non è formalmente "impegnato" né disserta in maniera sofisticata dei mali del mondo, come un saccente maestrino radical chic.

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[1] La traduzione di Mauro Cesari è la stessa in entrambi le edizioni e a me pare davvero buona: molto letterale ma fatta con un certo gusto, a parte diversi errori di stampa e qualche disattenzione su alcuni nomi di luoghi, resi in modi diversi nell'evolversi del testo. C'è stata una nuova traduzione negli anni '90 quando il romanzo è stato ristampato come Stato sociale: Amaranto, ma non ho mai avuto modo di leggerla.

[2] Per il concetto di vertigine (Ilinx) si veda Caillois, Roger. I giochi e gli uomini. Milano, Bompiani.

[3] Un'associazione mentale mi ha portato da Carnevalle alla città-porto di Kharé, protagonista del secondo librogame della serie Sortilegio (La città dei misteri), scritto da Steve Jackson.

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