L'estro barocco di Jon Zack su Epic Illustrated (Marvel)

di Andrea Pachetti


I lettori italiani non hanno mai potuto percepire l'importanza di Epic Illustrated nell'ambito delle produzioni della Marvel Comics: tale rivista fece un po' da ponte tra i tradizionali magazine anni Settanta, prettamente a tema horror e avventuroso, e le nuove suggestioni grafiche portate da Heavy Metal, l'edizione americana di Métal Hurlant.

Così mentre nel nostro Paese, tra il 1980 e il 1981, la Corno iniziava a chiudere le varie testate dedicate ai supereroi, aprendo di fatto una crisi tematica che si sarebbe risolta solo parecchi anni dopo con l'Uomo Ragno della Star Comics, negli Stati Uniti un nuovo slancio creativo e "autoriale" sembrava dominare la scena: Epic Illustrated, creatura dell'editor Archie Goodwin, propose le sue storie fino al 1986 e, nello stesso periodo, fu creata una vera e propria linea editoriale all'interno della Marvel (la Epic Comics) che presentava serie e miniserie creator-owned slegate dal tradizionale universo supereroistico, in modo da donare maggiore libertà espressiva agli artisti.

Nel corso degli anni alcune storie fondamentali della Epic Comics sono state recuperate anche da noi (da Elektra Assassin di Miller e Sienkiewicz a Fafhrd and the Gray Mouser di Chaykin e Mignola), fino ad arrivare a certe produzioni per Epic Illustrated, come Marada di Claremont e Bolton, ma gran parte delle pubblicazioni risulta ancora inedita in italiano.

Proprio per questo, un paio d'anni fa, ho iniziato a leggere in sequenza tutti i numeri di Epic cercando di isolare le storie migliori: questo intendimento era nato soprattutto in seguito alla scoperta di una storia del mangaka giapponese Go Nagai. I lavori che mi hanno colpito di più sono stati quelli di un certo "Jonn Zack", autore di cui non riuscivo a trovare nessun riferimento in rete, sebbene ci fossero invece molte tracce di appassionati che ricordavano ancora le sue storie sui Tumblr, sui blog e persino su dei forum cinesi. Dopo una ricerca abbastanza laboriosa ho potuto contattare direttamente l'autore, che ha risposto via e-mail alle mie curiosità nell'intervista che segue.

Una tantum, ho deciso di inserire prima dell'intervista le scansioni integrali dei tre lavori grafici di Jon Zack: non è mia intenzione in questo modo ledere il copyright dell'autore e della Marvel, ma semplicemente permettere la fruizione della sue opere a più di trent'anni di distanza.

1) Jewel in the Clouds, Epic Illustrated #24, June 1984





2) Rider, Epic Illustrated #29, April 1985




3) Parody, Six from Sirius II #1, December 1985




Intervista a Jonathan Zack


Jon, ti ringrazio molto della tua disponibilità. Vorrei porti qualche domanda sui tuoi lavori giovanili per Epic Illustrated...

Andrea, sono sorpreso di sapere che c'è ancora qualcuno che non ha dimenticato le cose che disegnai per la Marvel. Non so se hai letto solo una delle storie brevi oppure tutte e tre, ma mi ricordo ancora bene il periodo in cui le ho realizzate, quindi posso rispondere a ogni domanda a riguardo.

Ho letto che hai concluso i tuoi studi artistici nel 1983; immagino che le storie che hai realizzato da free-lance per la Marvel siano state uno dei tuoi primi lavori da professionista, dato che uscirono su Epic nel 1984-85, è così? Vorrei capire come sei entrato in contatto con questa società e se hai realizzato qualcos'altro in precedenza.

Epic ha ospitato le mie prime pubblicazioni. Avevo incontrato i familiari di Boris Vallejo — un incontro casuale avvenuto giusto due settimane dopo il mio trasferimento a New York nel 1979 — e loro mi avevano presentato Boris; lui poi mi suggerì di contattare Archie Goodwin. Stavo studiando ancora quando iniziai a realizzare Jewel e, tra i corsi alla School of Visual Arts, il lavoro in un negozio di belle arti e tre diversi traslochi — a questo ci aggiungiamo anche la mia inesperienza — mi ci sono voluti più di 20 mesi per completarla.

Avevo mostrato ad Archie un portfolio abbastanza scarso, ma quello che lo colpì fu un esercizio dell'Accademia, una doppia copertina per un lp: si trattava di una prima versione in bianco e nero con pennino e inchiostro della flotta di navi che si vede in Jewel. Quando Archie la notò, mi chiese qual era la storia dietro a quel disegno: la prese e la arricchì, quindi il plot è completamente suo. Io suggerii di realizzarla come un volume miniato, dato che non avevo esperienza nello storytelling vignetta per vignetta. Gli mostrai alcune bozze basate sulla storia che aveva scritto e mi diede molta libertà d'azione... La stessa cosa è avvenuta anche per le altre storie che ho fatto con lui in Marvel.

Prima hai parlato di tre storie... Io ne ho lette solo due, Jewel in the clouds su Epic #24 e Rider su Epic #29, ne esiste un'altra che non conosco?

La terza storia era Parody e apparve in appendice a un'altra serie a fumetti pubblicata dalla Marvel, chiamata Six From Sirius; si trattava di una miniserie con storie di avventura.

Parlando degli aspetti pratici del tuo lavoro, che tipo di tecniche hai usato nelle storie? Aerografo, pittura a olio, acquerelli? Osservando le immagini finali stampate, mi sembrano una bellissima miscela di tecniche miste che non riesco a capire completamente, quindi vorrei saperne di più.

Per quanto riguarda le prime due storie, le ho realizzate utilizzando inchiostri colorati sopra un disegno in bianco e nero creato con penna a china; oltre a questo ho aggiunto delle pennellate molto leggere di acquerelli, che si notano soprattutto nelle esplosioni di Jewel. 

Dopo mi sono spostato sull'incisione e quindi ho creato Parody come una serie di tavole all'acquaforte. È stato un grave errore: c'erano così tanti dettagli che furono completamente persi nella fase di stampa, che rese tutto più sfocato e mescolato assieme. Non fu d'aiuto neanche il formato comic book di Six From Sirius, che era più piccolo di quello di Epic Illustrated, dove mi aspettavo che la storia venisse pubblicata. Il risultato fu quasi impossibile da decifrare.

La cosa che mi ha colpito di più di Parody è che hai usato una splendida cornice gotica per incapsulare le varie scene di guerra. Mi potresti descrivere come realizzasti le singole tavole?

Parody è composta da una serie di tavole all'acquaforte che ho inciso e stampato con una piccola pressa nel mio appartamento. Ciascuna è stata realizzata così: ho inciso una lastra di zinco con l'immagine della cornice — disegnata con una punta su una copertura di cera annerita col fumo, poi immersa in una bacinella di acido — e ne ho stampato una dozzina di copie.

L'azione contenuta in ciascuna pagina è stata poi incisa con la stessa tecnica e stampata all'interno delle cornici che avevo già ottenuto in precedenza; era un procedimento che funzionava, a patto di posizionare correttamente le cose. In ogni modo, così facendo ho perso un sacco di tempo e mi pare di ricordare di aver stampato normalmente le ultime due pagine e di averle solo incollate, per fare prima. Si trattava di una tecnica davvero troppo impegnativa e rovinai sei delle cornici che avevo stampato, a causa di errori di allineamento. Per quanto riguarda il colore, si trattava dei soliti inchiostri più alcuni acquarelli opachi.

Come dicevo prima: oltre all'eccesso di dettagli, c'era il problema delle pagine che venivano stampate a un quarto delle loro dimensioni originali, oltre alla mia inesperienza. Quando Archie vide il risultato finale mi disse: «be', tu lo sai che cosa significa, io ho avuto una buona idea, lasceremo che siano i lettori a capirla». Dubito che qualcuno ci sia mai riuscito...


Parlando delle tue ispirazioni, quali erano gli artisti che amavi di più in quel periodo? Trovo che i tuoi disegni abbiano una forza particolare, oltre a un'originalità che non si trovava spesso nella realtà americana di quel periodo. Forse c'è qualche ispirazione che arrivava dall'Europa? Philippe Druillet, per esempio, è un artista che trovo abbastanza vicino alle tue produzioni. Inoltre, i tuoi design fantasy mi ricordano vagamente alcuni inglesi che hanno lavorato per la Games Workshop, specialmente John Blanche.

Hai ragione citando questi artisti che mi hanno ispirato. Druillet in alcuni momenti è stata una fonte d'ispirazione quasi opprimente, e l'ho studiato di frequente proprio per impedire che si insinuasse troppo nel mio immaginario. Anche Harry Clarke mi ha ispirato, e certamente Aubrey Beardsley. Ho sempre tentato di far apparire i miei disegni come dei quadri, anche se non ci sono mai riuscito.

Non mi hanno mai soddisfatto al 100%, anche se ho iniziato a dipingere a olio solo alla fine degli anni Novanta. Ho sempre desiderato dipingere, anche se il mio entusiasmo era stato completamente spento da degli insegnanti sgradevoli quando ero molto giovane, così mi ci sono voluti molti anni per trovare la mia strada da solo. I libri di Patrick Woodroffe Mythopoeikon e A Closer Look sono stati dei manuali di valore inestimabile per me, Hai citato anche John Blanche — dei lavori meravigliosi: realizzo molte sculture e modelli e compro le riviste della Games Workshop ogni volta che posso.

Ho visto che hai realizzato dei logo molto elaborati per le tue storie e all'inizio hai parlato di copertine di dischi: immagino che tu conosca e apprezzi il lavoro di gente come Roger Dean and Rodney Matthews, è così?

Ho ammirato e invidiato sia i lavori di Matthews, sia quelli di Dean. Dean ha avuto una grande influenza su di me quando ero molto giovane e cercavo continuamente, con consapevolezza, di evitare di copiarlo per trovare il mio stile. In quel periodo i poster dei loro lavori si trovavano ovunque nei negozi, così la loro suggestione era davvero potente...


Ci sono altri opere che hai realizzato dopo la Marvel oppure ti sei spostato in un settore lavorativo completamente diverso?

Non ho fatto molto dopo la Marvel. Ho creato dei concept visuali e disegnato l'interfaccia grafica schermo/mouse — assieme alla copertina del CD — per un programma interattivo dal titolo Music Magician negli anni Novanta. Non credo che sia mai uscito. Ero stato assunto per creare dei concept adulti e molto gotici, ma nel corso del progetto i manager decisero che il prodotto doveva risultare adatto ai bambini, così l'intero processo di cambiamento mi aiutò a capire quanto non mi divertissi per niente a lavorare come illustratore: preferivo un lavoro regolare, che mi lasciasse poi spazio per creare ciò che volevo, a modo mio. Attualmente lavoro come manager e realizzatore di modelli per uno studio d'architettura e mostro i miei dipinti o le mie sculture molto raramente. Continuo a tenermi impegnato nei lavori artistici, ma non tento più di renderli pubblici, li faccio solo per me stesso.

Ho cercato su internet notizie su Music Magician ma non ho trovato niente, ti ricordi il nome della software house?

Music Magician era un progetto per Sony Classical: probabilmente ti puoi immaginare il mio turbamento quando mi fu detto — dopo molte settimane di lavoro — che il prodotto sarebbe stato venduto ai bambini piccoli. Ogni cosa che avevo realizzato doveva essere cambiata e tutto venne sostanzialmente alterato. Non sembrava più nemmeno una mia opera.

Un'ultima curiosità: possiedi ancora i disegni della storie Marvel?

Penso di possedere ancora tutti gli originali delle tre storie Marvel, assieme ai pezzi realizzati per Sony Classical (intendo "pezzi" in senso letterale: le interfacce schermo/mouse finali erano state assemblate con Photoshop mettendo assieme frammenti e parti prese dalle varie fasi di sviluppo). Non guardo quei lavori da più di 25 anni, magari dopo tutto questo tempo si sono completamente rovinati. Non ho mai dimenticato di aver lavorato per la Marvel, però, e rimango ancora oggi un po' stupito che qualcuno abbia letto e apprezzato i miei disegni.

2 commenti:

  1. Un vero peccato che non mostri più in pubblico le proprie opere, sarei in particolare curioso di vedere le sculture. E poi chissà, un Kickstarter per ripubblicare le sue opere... ^^

    Oltre a John Blanche, come artista mi ricorda davvero tanto Ian Miller, per il tratto granuloso e polveroso degli anni '80 (Whfb, Fighting Fantasy).

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    1. Eh, sai quanto darei per vedere pubblicata in modo decente e in grande formato la storia all'acquaforte! Hai ragione, il paragone col bravissimo Ian Miller è particolarmente calzante, vero.

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