Il decennio alle spalle

di Andrea Pachetti


Fonte (Harrison/Getty Images)

Tornare in una casa disabitata da anni è sempre complicato: si finisce per perdere un sacco di tempo, tra pulizie e lavori vari, notando di volta in volta quello che purtroppo si è rovinato irrimediabilmente a causa della muffa, quello che può essere salvato, ciò che si può buttare nell'immondizia e ciò che ha senso conservare ancora.

Forse vale lo stesso anche per una casa virtuale, di cui conviene accettare senza troppi convenevoli l'inevitabile obsolescenza; le ragnatele in cui ci si avvolge rileggendo tutto quello che ha ormai poco signifcato, che è sorpassato e inutile. Insomma arriva sempre, prima o poi, il momento in cui una casa della memoria diventa anche una casa dell'oblio.

La tentazione è sempre quella, mettersi di fronte a un bivio e scegliere uno tra questi due percorsi: il primo conduce verso il futuro, dopo essersi lasciati alle spalle le rovine e le macerie senza troppi pensieri; il secondo verso una sorta di seppuku, legato alla cancellazione rituale dei contenuti, alla demolizione controllata, un'operazione che però sarebbe poco rispettosa nei confronti del passato e dei lettori, senza contare la fatica che certi scritti hanno richiesto. E la soddisfazione comunque legata a questa fatica.

C'è forse una terza via, allora: mettersi sul ciglio della strada, cercare una roccia abbastanza piatta e sedersi, aspettando.

Quando, dopo una decina d'anni di completo silenzio, attorno al 2006 avevo ricominciato a seguire il mercato dei fumetti in modo continuativo avevo ritrovato più o meno le stesse cose lasciate in precedenza: un sacco di giornalini economici, la fumetteria vecchio stampo con gli scatoloni di spillati da consultare, un gruppo di amici con cui commentare le uscite settimanali. A questo si aggiungevano i forum, che avevano in qualche modo sostituito le vecchie fanzine.

Poi gli anni Dieci, con la presenza sempre più preponderante dei social network come unico sfogo al commento e alla critica, per non parlare della creazione (a volte forzata) di personalità di successo sempre più legate all'ego personale e alla propria sfera privata, piuttosto che alla qualità di quello che veniva detto o scritto. La scomparsa del lettore in quanto tale, sostituito da una figura al confine tra il fan esagitato e l'addetto ai lavori (che sarà definita nerd) il cui unico scopo nella vita è in fondo farsi assumere da qualche editore, farsi pagare per delle recensioni ammiccanti, oppure in subordine ricevere almeno qualche volume in regalo di cui parlare.

Lo stesso succedeva ovviamente anche ai tempi dei forum e delle fanzine, ci mancherebbe, ma ogni limite si è forse davvero superato quando ormai l'unica cosa che realmente conta è fare una bella foto al volume di turno e dire che si tratta di qualcosa di bellissimo, prima di passare alla prossima storia di Instagram dove c'è un altro libro "ancora più bellissimissimo" del precedente, mentre nelle varie immagini che scorrono rapidamente c'è sempre almeno una tazza di tisana, una candela accesa, una coperta calda o delle foglie secche. Tutti oggetti da sempre fondamentali per la critica.

Nerd, dicevamo. La crescita esponenziale dei siti nerd-qualcosa è solo una delle tante piaghe che potrebbero essere elencate per descrivere questo periodo disgraziato, con il loro carico di nerd magliette, nerd tazze, culture nerd; è arrivata la città nerd, il paese nerd, il mondo di nerd, la nerd galassia, l'universo nerd. È così bello, finalmente, che delle figure marginali possano sentirsi importanti e considerate, al centro della realtà dei consumi, come delle comparse ben pagate di The Big Bang Theory.

Gli editori che una volta si contendevano l'attenzione dei lettori, adesso cercano piuttosto di elemosinarla attraverso l'obolo sempre più consistente offerto a qualche improvvisato influencer, in un mondo in cui la simpatia ha sostituito la competenza, in cui tutti hanno imbracciato dei megafoni più o meno rumorosi e sono diventati non divulgatori, ma interessati imbonitori. Anche gli autori, certo, che hanno avuto successo quasi sempre quando hanno iniziato a vendere se stessi, al posto dei loro prodotti.

È una realtà che indubbiamente funziona per molti e che sta progressivamente sacrificando i luoghi tradizionalmente votati al fumetto popolare sul nuovo altare dell'intellettualismo a tutti i costi: prima è toccato all'edicola, adesso è il turno della fumetteria. C'è una "popolarità" diversa adesso, che si conta mediante nuove unità di misura.

È un mondo incredibile e frenetico in cui talvolta è difficile sentirsi a proprio agio, nel quale prima o poi è inevitabile rimanere ai margini, come fuori dal tempo. Sarebbe dunque semplice e molto stupido iniziare ad arrabbiarsi per queste sciocchezze come fanno molti, tutti quelli cioè che passano il loro tempo a dire che i nuovi film di Guerre Stellari sono orrendi oppure che Dylan Dog non è più quello di una volta: ma è meglio, piuttosto, stare in silenzio e imparare di nuovo a fare il semplice lettore, il lettore qualunque.

C'è quindi una terza via, allora: mettersi sul ciglio della strada, cercare una roccia sufficientemente comoda e sedersi, aspettando. E, dopo aver aspettato abbastanza, iniziare a camminare nel bosco che si affaccia in mezzo ai due sentieri.

Dedicato agli amici purtroppo scomparsi in questo 2019; alla "mia" fumetteria, chiusa nel 2016.

4 commenti:

  1. Concordo su tutto e, in particolare, sulla descrizione e declinazione del termine "nerd", diventato ormai un segmento di mercato con una massa critica interessante e perciò vai di sdoganamento dello "sfigato", anche se non propriamete corretta, la più comune accezione in italiano rende l'idea sul cambio di approccio. Pecunia non olet.
    L'aspirazione a "influenZer" è forse l'aspetto peggiore di tutta la faccensa: senza contare che ve ne sono davvero pochi a ottenerne un reale profitto, è la solita declinazione del "resta mediocre, non studiare, tanto puoi farcela lo stesso". Una fesseria colossale buona ad allevarie mandrie di ovini per consenso - elettorale e non - a pressi da outlet.
    Spero ancora di incrociare le nostre strade nel "bosco".

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    1. Quando ero giovane (ho sempre sognato di iniziare un commento con "quando ero giovane") gli unici "nerd" conosciuti erano quelli dell'omonimo film, e dalle mie parti al massimo si parlava di "fissati": nel corso del tempo eravamo quindi quelli fissati coi giochi di ruolo, coi giornalini, con la fantascienza e così via. Altri tempi, appunto.

      Chi trae profitto onestamente ha sempre comunque il mio rispetto, un po' meno le folle speranzose che la loro preziosissima opinione sull'ennesimo evento Marvel possa modificare l'opinione pubblica e interessare realmente a qualcuno. È forse l'egocentrismo sociale l'unica piaga realmente da debellare.

      Grazie del commento.

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  2. Dopo un po' di allenamento, arrabbiature, riflessioni, partecipazioni poco partecipate, sono comunque riuscito a vivere al di fuori, o almeno "abbastanza al di fuori", dalle dinamiche da te correttamente (e tristemente) descritte. Non ho facebook e su instagram posto le foto delle mie Bestiole e sì, ogni tanto anche dei fumetti che compro; e guardo foto e filmati di cani e altri animali salvati da maltrattamenti (e che finiscono bene). Di Dylan Dog e dei nuovi Guerre Stellari me ne frego e allo stesso modo me ne strafrego dell' "ambiente" degli addetti/critici/influencer/nerd/superstar/tisane e foglie secche.
    A me il tuo blog piace tantissimo, è sempre piaciuto e se continuerai a gestirlo continuerò a leggere gli articoli - sempre interessanti e scritti egregiamente - e a seguirlo.
    Continuando a fottermene dei nerd, dei social e delle foglie secche.
    Un abbraccio forte!
    Orlando Furioso

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    1. Lieto di leggerti, Orlando. Alla fine quella che hai scelto credo sia l'unica strada ragionevole per star bene e andare avanti, mediando tra le proprie passioni e il mondo circostante. Come scrivevo, anche io lentamente sto procedendo verso nuovi tipi di sentieri e non escludo che il racconto di qualche percorso obliquo possa finire qui, nell'immediato futuro. Un saluto!

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